lunedì 20 febbraio 2012

GIAPPONE - YOMITAN, L'ELEGANTE FENICE




In fuga dalle vicine basi militari americane e dallo stile di vita cafone di Kadena e Chatan, nel tranquillo villaggio di Yomitan, sull’isola principale dell’arcipelago di Okinawa. Armonia, belle spiagge, quiete e l’antica tradizione della ceramica: un luogo ideale per trascorre qualche giorno di relax

Passare davanti alle enormi basi militari americane della zona centrale della maggiore isola di Okinawa, lungo la Route 58, può far venire la depressione, fra antiche copertine di Life con lo spauracchio comunista Nikita Kruscev, negozi di ciarpame militare gringo usato e fast-food in cui si può pagare in dollari. Il bello del mondo, però, è che può essere molto vario nel raggio di pochi chilometri, e per riprendere una buona dose di allegria e cambiare completamente panorama basta imboccare la strada che, oltrepassata Kadena, raggiunge il ‘villaggio’ di Yomitan (Yomitan-son; Yuntan, nella lingua locale), nel distretto di Nakagami. Così è chiamato - villaggio - dagli abitanti e sulle mappe, anche se è una piccola cittadina, sparpagliata fra piccole alture con stradine saliscendi, affacciata sul mare. Buona per le quattro ruote o per una mountain bike, i soli polpacci non bastano. Molte le cose da vedere e da fare, in una specie di oasi felice a breve distanza dal cattivo gusto, esteticamente e culturalmente lontana anni luce dal militar-kitsch a due passi. Circa 40.000 anime vivono nel ‘villaggio’, ma quasi non si vedono, tale è la pace che vi regna. Casette basse, quasi nessun mostro architettonico, se non qualche mega albergo (pochissimi, per fortuna), qua e là. Dall’alto, qualcuno ha intravisto nel territorio di Yomitan la silhouette di una fenice in volo, tanto da divenirne il simbolo. L’elegante fenice degli abitanti di Yomitan e l’aggressiva aquila dei militari americani, questo potrebbe essere un paragone ornitologico per descrivere la distanza che separa due mondi così ravvicinati. Anzi, più che ravvicinati, incastrati l’uno nell’altro: circa il 36% del territorio di Yomitan è inglobato, ‘in affitto’ al Ministero della Difesa giapponese, che a sua volta lo ha concesso agli americani. Sino al 2007 la fetta in mano agli Yankees (la Y sulle targhe delle loro auto una pura coincidenza?) era ancora maggiore, ma quell’anno - forse più per tagli al budget che non per qualche scrupolo di voler ridurre il neocolonialismo - gli americani restituirono alcuni pezzetti di territorio alla comunità locale, che lentamente se ne sta riappropriando.









Ma dimentichiamoci i militari a stelle-e-strisce e godiamoci ciò che Yomitan ha da offrire. Innanzitutto le sue ceramiche (yachimun, nella lingua di Okinawa). Qui, negli ultimi anni, si è trasferita buona parte degli artigiani che precedentemente viveva e lavorava a Tsuboya, il bel quartiere di Naha dove oggi si trovano perlopiù negozi che vendono eccellenti manufatti di terracotta. L’inurbamento di Tsuboya, la maggior disponibilità di grandi spazi aperti di Yomitan: questi i due fattori che hanno provocato la migrazione degli artigiani. Tanto da pubblicizzare Yomitan, oggi, come pottery village. In effetti, la quantità di forni/atelier in cui si producono piatti e vasi spettacolari quasi non si conta. Uno fra i tanti, tutti aperti ai visitatori: Sumiko Miyagi (Zakimi 2677-6, a Yomitan fino dal 1972). A breve distanza, l’unico produttore locale di manufatti di vetroNiji (‘arcobaleno’, Zakimi 2748), specializzato in vetro awa, con le bolle. I suoi bicchieri e vasi hanno fatto il giro del mondo, tanto da aver vinto il Gran Premio Sant’Antonio per l’Arte a Padova nel 2001 ed essere esibiti a Villa Potoniowski, a Roma, nel 2003. Il proprietario, Seikichi Inamine, è un anziano maestro d’arte che non ha ancora smesso di alambiccare tra forni e forbici per tagliare vetro, al comando di un operosissimo team di giovani apprendisti.















Altro prodotto tradizionale di Yomitan sono i biscotti Beni-imo, piccole torte in miniatura facilmente riconoscibili per il forte colore viola del ripieno. Sono fatte con la patata dolce, viola, di Okinawa, e si trovano in tutto l’arcipelago, dai negozi di souvenir della Kokusa-dori - la via principale di Naha - a quelli delle isolette più remote. A Yomitan c’è la ‘centrale’, la fabbrica/negozio dove il prodotto fu partorito e lanciato qualche anno fa (Okashigoten, 657-1 Uza, a 1 km da Cape Zanpa, aperto tutti i giorni). La storia delle patate dolci, da queste parti, affonda le radici in Cina, dove ancor oggi sono vendute, calde, a molti angoli di strada. A Okinawa - allora nota come Ryukyu - giunsero nel 1604, importate dalla provincia cinese del Fujian per mano di Noguni Sokan, un alto ufficiale di marina. Sokan portò le sementi, in seguito trasformate in tuberi grazie a Shinjo Gima, un abitante di Ryukyo che riuscì a farle crescere negli aridi terreni delle isole. Da lì si sparsero attraverso tutto il Giappone, divenendo il ‘pane dei poveri’ e salvando molte persone dalla morte per fame. Ricche di vitamine, fibre e minerali, le patate dolci sono un prodotto delizioso e salutare, vendute calde, ‘al cartoccio’, anche in molti supermercati di Naha: il loro profumo è altamente invitante ed è difficile resistergli. I Beni-imo, nonostante l’apparenza, sono del tutto privi di coloranti, zuccheri aggiunti o sapori artificiali: la patata dolce non ne ha bisogno, ha già tutto quello che occorre.








Dal dolce al salato. Se siete fanatici del sale, visitate il negozio Gala (‘festival’, www.gala-aoiumi.com, vicino all’hotel Nikko Alivila), vi troverete tutto ciò che è umanamente ipotizzabile fare con il sale, dal gelato ai biscotti di riso. Bottiglie e bottigliette con il prezioso minerale, di tutti i gusti e per tutti gli utilizzi: dalla cucina al bagno, dalle terapie all’aromatizzazione, proveniente dall’intero arcipelago di Okinawa. Più a nord, non mancate Cape Zanpa. Le sue scogliere offrono una bella vista, oltre a un ottimo luogo di relax per qualche pescatore. Dalla sommità del suo faro (200 yen) la vista è ancora più spettacolare, e nei giorni limpidi potete immaginare (in realtà è impossibile, la distanza è troppa) di avvistare Taiwan, indicata con tanto di dito indice dal monumento a pochi passo dal faro: l’uomo riprodotto segnala la rotta commerciale preferita dei tempi che furono. E, anche se non siete campioni in materia, potete visitare il bel Zanpa Golf Club (www.zanpa-golf.co.jp, 1133 Uza), molto frequentato dai cultori di questo sport. Per chi ama la storia, il castello Zakimi, nel cuore della ‘fenice’, è aperto gratuitamente tutti i giorni. Ristrutturato con il righello - alla perfezione, molto giapponese -, offre una vista a 360° sul territorio di Yomitan, dalla base americana ai cimiteri tradizionali di Okinawa, con tombe che riprendono le forme del ventre materno (da lì si è venuti, lì si ritorna). Ripagate la vista depositando una monetina sulla sommità della colonnina votiva, l’unica nel perimetro interno, con gli ideogrammi. Fra gli yen arrugginiti che vi giacciono, noterete anche qualche quarto di dollaro americano. Un piccolo segnale di come non tutti gli Yanquees presenti sul territorio giapponese abbiano sensibilità da rambi in libera uscita.















ALLOGGIO
Route 6 Inn
173, Nagahama, Yomitanson
route6inn.com
tel. 098-989-0694/ mobile 090-8726-2377
Eccellente boutique hotel di sole due stanze, ideale per chi cerca relax, pulizia e comfort. Situato a circa 40 km dall’aeroporto di Naha e a pochi metri dalla costa, è un piccolo inn arredato con gran gusto, piscina (da maggio a ottobre), barbecue, internet, kayak, bici e parcheggio, niente televisione. Perfetto per chi noleggia un’auto e cerca un’oasi di pace. La formula B&B costa 5500 yen a persona in bassa stagione, 7500 in alta (mag/ott). Chi vi soggiorna almeno tre notti può contare con il servizio di pick-up da parte del gentile proprietario, Mr. Moritoshi, che è anche un’ottima guida di Yomitan (basterà pagargli la benzina e vi porterà in giro nei dintorni). Dall’aeroporto, in alternativa, si può prendere il bus 28 fino all’autostazione di Naha, e di lì un altro fino a quella di Yomitan, dove il proprietario vi verrà a prendere. Inaugurato nel 2011, non accetta fumatori né bambini.







RISTORANTI
Hama
A tre minuti di cammino dal Route 6 Inn (145-1, Nagahama), è un bar in cui si mangia al banco o al tavolo, aperto ogni sera dalle 18 all’1 di notte. Nel menù i classici di Okinawa, dal Gōyā chanpurū (‘melone amaro’ - Momordica charantia, vegetale simbolo di Okinawa -, tofu, uovo, germogli di soia, carne o pesce, tutto fritto nel wok) agli spaghettoni udon, il tutto cotto all’istante sotto i vostri occhi.

Café Natura
A cinque minuti di cammino dal Route 6 Inn (5-1, Nagahama), è un accogliente caffè che offre anche piatti caldi ogni giorno dalle 11,30 alle 21. Cucina locale e internazionale (pasta, hamburger, insalate) a prezzi adeguati. Vino e cappuccini, circondati dai bei gatti della proprietaria.

VIAGGIO
L'Italia (Fiumicino, Malpensa) è collegata al Giappone (Tokyo) con l'ottima Cathay Pacific (http://www.cathaypacific.com/cpa/it) a circa 700 euro.  Da Narita o da Haneda si può raggiungere Naha con Skymark (skymark.jp/en), oppure con Jetstar (jetstar.com/au/en/home, solo da Narita), le uniche linee aeree low-cost che operino in Giappone. Il volo dura circa 2 ore e mezza e costa, se prenotato almeno un mese prima (prenotazione on-line con carta di credito, da presentare al check-in, dove effettuare il pagamento), circa 130 euro. Skymark accetta solo bagagli da 15 kg, oltre i quali è applicata una sovrattassa di 500 yen (fino a 25 kg); Jetstar ammette bagagli di 20 kg. Entrambe hanno aerei confortevoli, ma offrono servizio di bordo solo a pagamento. Dall’aeroporto di Naha, a circa 6 km dal centro, si può prendere l’efficiente monorail (metropolitana sopraelevata), oppure un taxi (circa 1200 yen per il centro).  Le isole minori dell’arcipelago possono essere raggiunte in aereo o in barca. Ai turisti stranieri che scelgono le ali, la compagnia JTA offre l’Okinawa Island Pass (jal.co.jp/jta/islandpass/). Acquistabile solo prima di arrivare in Giappone, è un carnet di almeno 2 voli (massimo 5) su due rotte (da Naha a Ishigaki, Miyako e Kumejima; da Ishigaki a Miyako e Yonaguni) a 9000 yen a volo. 


da Un italiano a Okinawa
http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/


martedì 7 febbraio 2012

BRASILE – SEM GRAÇA


Il carnevale fuori stagione di Goiânia.
Un tripudio del kitsch senz’anima

Potrei vivere settecentocinquant’anni in Brasile e difficilmente riuscire a partecipare a un carnevale come un brasiliano doc, a sudare quanto lui/lei, saltare, travestirmi, cantare, muovere le anche, sbronzarmi, rotolarmi per terra, esaltarmi perché la band del momento esegue la hit del momento. Paresi alle anche e al cervello da freddo gringo, pure se bevo venti caipirinhas, deve essere questo il termine pseudoscientifico per definire la mia incapacità di partecipazione. Assistere, invece, da bravo spettatore, è un altro paio di maniche. Gli occhi sono uno scanner sempre acceso, la macchina fotografica una semplice prolunga dei medesimi dotata di memoria, azionata da abusate ansie feticistiche (immortalare = possedere). Se non con le anche e con la sudorazione, almeno con gli occhi e con le Nikon ho goduto diversi carnevali a più latitudini dello sconfinato Brasil. Ho amato l’orgia di ani e paillette a Rio, lungo l’ordinato Sambódromo o tra i busoni variopinti della Banda de Ipanema; ho apprezzato l’insostituibile mix di architettura coloniale, stradine acciottolate strette strette, alcol a fiumi e pazzoidi di tutte le razze a Olinda; ho sopportato con enorme fatica l’arrapamento costante nel vedere indie seminude a Manaus, in una magica unione di chiappe sudate e colori patinati ai ritmi del Bumba-meu-boi, provare per credere, ogni parola è insufficiente per descrivere; ho saltellato e alzato polvere dietro il trio elétrico di Ivete Sangalo a Salvador de Bahia. I Bastioni di Orione e oltre, dunque posso morire in pace. Sapendo, però, che alla follia non c’è limite, soprattutto in Brasile, mi sono lasciato abbindolare al volo quando mi hanno parlato del Carnagoiânia, un’edizione fuori stagione del carnevale di Goiânia. Mi aspettavo un carnevale in salsa caipira, contadina, vagamente ispirato alla versione locale del country, non importa se di matrice gringa, comunque di sapore/cultura goiana. E invece...


Bestemmiato l’imbestemmiabile per trovare un parcheggio, schivato un miliardo di bagarini che mi volevano rifilare un ingresso, una birra, uno spiedino, una cugina, eccomi nell’arena con i leoni e le tigri. Ci metto mezzo minuto a capire com’è l’andazzo. L’autodromo di Goiânia, trasformato per l’occasione in Sambódromo (ma senza samba), è un imbuto di un chilometro intasato di trios elétricos e di migliaia di testine saltellanti davanti, intorno, dietro, sopra, sotto. Ai piani alti dei trios urlano e schitarrano cocainicamente  gruppi baiani - Chiclete com Banana® e Aguia Branca© -, per forza di cose baiani e non goiani. La massa, là sotto, oltre ad avere i timpani deflorati e la birra al posto del sangue, è vestita tutta con la stessa magliettina schifosetta, l’abadá, quella che, come al carnevale di Salvador, si compra al posto del biglietto per partecipare a questa cretinata. Paghi caro, ti metti una divisa di gusto bassino, ti butti nella baraonda e segui la truppa. Senza la minima interpretazione personale, un costume su misura, un’idea originale. Quelli con il massimo della fantasia hanno tra le mani due lattine di birra Skol anziché una. Questo sarebbe il divertimento, e nei giorni che precedono il casino organizzato c’è chi si scanna, si indebita, ruba soldi alla madre, vende l’argenteria o la dentiera del nonno per comprare l’ambita maglietta del menga. Questo il girone A, riservato a chi vuole partecipare, sentirsi parte di qcosa (la grande famiglia delle magliette gialle, piuttosto di quelle rosse), andare da A - il punto di partenza dei trios lungo l’autodromo - a B - il punto finale, passando per un ettolitro di cerveja. Originalità zero, spettacolo totalmente importato dalla Bahia, tutto molto sem graça.



Il girone B, quello dei camarotes, è quanto di più chic l’élite locale - figli di papà fazendeiro o di deputato - apprezzi, forse ancor più della marcia in truppa lungo l’imbuto d’asfalto (i nobili, è noto, non amano faticare). Un posto in un camarote può costare l’equivalente di svariati salari minimi e dà diritto a: vista panoramica sulle masse dall’alto dei cieli; musica personalizzata nei momenti di fiacca sonora, fra un trio e il successivo; maglietta/uniforme personalizzata (si fa per dire) con il numero della scatola in cui ti hanno ingabbiato - il camerino in questione -; abbondanza di cibi e bevande non-stop, portate fino a esaurimento scorte o esplosione delle capacità intestinali da un esercito di camerieri sudati; la possibilità di godere della compagnia della propria turma, la combriccola di amigos, gomito-a-gomito, in un’unica orgia di sudore e aliti; un vago puzzo di aristocrazia da due soldi, giustificata esclusivamente dal portafogli di babbo più capiente di quello dei babbi del popolaccio che si agita là sotto; la rara e inestimabile opportunità di incocciare in un eroe delle novelas, un attore/rice della Rede Globo in carne e ossa che si lustra l’ego fra i comuni mortali.

Ma veniamo al girone C, quello più succoso, con più condimento e più dannati, il vero carnevale. Quello che l’élite chiama pipoca, pop-corn, in quanto è ciò che sobra, che rimane dopo aver tolto i piatti migliori dalla tavola. Per fare la pipoca prendete i seguenti ingredienti:
- troie da autostazione
- sbirri nazionalsocialisti incarogniti
- gente arrapatissima
- alcolizzati terminali
- venditori ambulanti di birre e di whisky mescolato a Red Bull, armati di vassoi e bicchierini
- vergini con l’abito (bikini) della domenica
- ladri e stupratori
- giornalisti e fotografi che tentano di fare il loro porco dovere
- energumeni della segurança che cercano, invano, di tenere calmini i più facinorosi
- clan di pusher rivali
- viados a caccia
- cacciatori di lattine di birra vuote - quelle della Coca o del guaraná non vanno bene, hanno una composizione metallica poco pregiata per rivenderle a chi le ricicla
- rambi su di giri a caccia di facce da spakkare

  Spruzzate il tutto con:
- fiumi di birra, alcolici pesanti e derivati
- qualche sacco di patate pieno di cocaina
- i vestiti più kitsch che riuscite a immaginare
- testosterone a camionate
- un forte aroma di alcol, sudore, urina, sperma, fumo di spiedini
- cappellini e fazzoletti imbecilli in testa ai più imbecilli, sponsorizzati da qualche mafioso politico locale a caccia di voti (per nulla imbecille)
- tonnellate di immondizie non riciclabili


Come ciliegine e candele sulla torta e nella ciotola del pop-corn, aggiungete le seguenti macchiette:

1) un cretino di mezza età che in garage si è costruito un elmetto da capocantiere con incastonati due porta-lattine di birra, il cui contenuto è convogliato non-stop direttamente in gola da un intricato sistema di tubi e pompetta portato sulla groppa a mo’ di zainetto, tipo aspersore di verderame per le viti da uva;

2) un cinghiale ubriaco, parte di una turma di cinghiali ubriachi in tutto e per tutto uguali a lui - stesse magliette, stessa adipe, stessa mancanza di trombate da anni luce -, che, sbronzo marcio, si rotola a terra, eiacula acqua con uno spruzzino da giardiniere addosso alle ragazze di passaggio, pensando che queste si sentano calorosamente lusingate da una tecnica di abbordaggio così galante e aprano le gambe in suo onore; lo stesso cinghiale che, dopo la milionesima spruzzata a vuoto, e il milionesimo vai tomar no cu, esgoto (vaffanculo, fogna) ricevuto in cambio, affoga la frustrazione in un dolcetto al cioccolato comprato da un venditore ambulante, se lo spalma in faccia, rotola per terra, la gente lo osserva schifato, come un musulmano osserverebbe un maiale nel fango; lo stesso cinghiale che, in un improvviso risveglio dei sensi, ha un guizzo, si rialza e, senza motivi apparenti (forse ha telecapito ciò che penso di lui), comincia a prendere a spallate le impalcature che sorreggono me (mi sono appostato su una torretta per fotografi, per meglio godermi il peggio) e le mie sante Nikon, facendomi temere il peggio;

3) una coppia uscita da un luna-park, costituita da un lui palestrato, pantaloni mimetici da Africa Korps, torso scolpito nudo, bandana arrotolata a banana sulla fronte, ghigno omicida sul volto, lattina di Skol in una mano, fidanzatroia nell’altra; una lei uscita da un annuncio sui giornali (faccio tutto per trenta reais), zeppe da cubista, unghie dei piedi laccate e leccate di rosso, pantaloni aderenti di lycra fucsia, lordosi ai limiti della rottura della spina dorsale, top striminzito e capezzolare, lineamenti da bambola di gomma da sex shop, sguardo spermatico elargito a 360°, il tutto a malapena tenuto a bada dal rambo-padrone, che le stritola una mano mentre lei occhieggia i membri dell’intero autodromo;

4) un mauricinho - camicina stirata dalla donna di servizio, mocassini, facciozza da ragazzo per-bene-figlio-di-mamma, conto in banca non sottozero, saldi principi e pochissima gnocca vera, almeno del genere riportato al punto 3 (di solito la fidanzata corrispondente, quando c'è, è una patricinha, bionda, boccuccia a confetto, saldi principi, ambizioni di matrimonio in chiesa, prima causa della debolezza del conto bancario del mauricinho) - ARRAPATISSIMO; questo mauricinho, al momento privo di patricinha, si deve essere imposto scientificamente di raccogliere qualcosa: Skol in mano, espressione troppo seria e tesa - tipo entro da McDonald’s e apro il fuoco - per raccogliere qualcosa di buono, sintomo di un attizzamento fuori dal comune, muove vorticosamente il collo da gallina, come un faro che scandaglia ogni ragazza femmina sopra i dodici e sotto i settanta che gli passi davanti (è piantato in mezzo all’asfalto, a fare da tappo a chi passa, nella vana speranza che qualcuna gli sbatta contro; nessuna gli sbatte contro); vani tentativi di baciare al volo quelle più carine, che lo schivano schifate e sputanti; dopo una mezz’oretta di tecnica così ammaliante - il tipo ha uno sguardo talmente allucinato che non riesco a staccargli gli occhi di dosso -, deve aver pensato che il suo look sia troppo perbene, per cui decide di infilarsi uno schifoso fazzoletto-propaganda dell’ennesimo candidato politico sulla zucca, a mo’ di preservativo; il risultato è quello che è, tragico, tanto che me ne vado, per non vederlo piangere; dopo mezz’ora, quando ripasso, il mauricinho è ancora lì che rotea collo, pupille, Skol e aspettative; domani, oltre che con un bel mal di testa da dopo-sbronza, si deve svegliare con un torcicollo della madonna (qui Nossa Senhora da Aparecida).

Mescolate il tutto, frullatelo per una notte intera, fino all’alba, e con un cucchiaio (rete da tonni) tirate via la schiuma di immondizie - bicchieri di plastica, lattine vuote di Skol scampate ai riciclatori, adesivi e cappellini stronzi di candidati stronzi, preservativi usati, reggiseno saltati, portafogli svuotati e senza più un padrone -, quindi versate il contenuto tiepido in una terrina di coccio. Ecco servito il carnevale più sem graça che c’è (dopo quello italiano, ovvio).


venerdì 3 febbraio 2012

SENEGAL - IL SENEGAL DAL FINESTRINO


Da Dakar alla Casamance, andata e ritorno a bordo dei taxi-brousse, i taxi collettivi, gomito-a-gomito con i senegalesi

Lasciare Dakar, dopo un po’, diventa un’esigenza. Nonostante le numerose attrattive della capitale, il resto del Paese, con le sue spiagge, i parchi nazionali e la rigogliosa Casamance, chiama. Il mezzo più economico e diffuso per viaggiare in Senegal, come in buona parte dell’Africa, è il taxi-brousse, auto a sette posti - non si parte prima di aver raggiunto almeno questa cabalistica cifra di passeggeri paganti -, non sempre nuova di fabbrica. La gare routière di Dakar è un inferno in terra. Piazzisti di sedili scalmanati che guadagnano spiccioli per ogni passeggero caricato sul primo mezzo in partenza, venditori ambulanti che cercano di rifilarmi tutti i tipi di merci ipotizzabili, taxi collettivi e minibus spetazzanti, pollame assortito, gente in camicia ben stirata e ventiquattrore che cerca di raggiungere il villaggio natio. Faccio appena in tempo a entrare in questa babele che un agente immobiliare di sedili mi ha già infilato a forza in una Peugeot 505 diretto verso l’ex capitale. Saint-Louis, con la sua isola fluviale dall’architettura coloniale e l’atmosfera decadente, irresistibile richiamo per i turisti, sarà la prima tappa dell’itinerario. Il taxi, parcheggiato poco fuori dell’autostazione, è abusivo: l’autista evita di pagare la tangente alla cooperativa e i passeggeri risparmiano qualche CFA, il franco dell’Africa Occidentale. Amin, lo chauffeur, è in tenuta da preghiera, papalina bianca e boubou, l’abito tradizionale, altrettanto candido. È logorroico terminale, tutti gli altri passeggeri - sei adulti sbuffanti più una bambina incastrata fra le gambe del nonno e il tunnel del cambio - se ne accorgono subito: più che concentrato sulla strada sembra interessato a recitare un monologo interminabile. “Sono un marabout - santo/evangelista/stregone musulmano -, oltreché filosofo, autista e meccanico. È vero che la Torre di Pisa sta cadendo?”. Amin salta di palo in frasca, ma a richiesta unanime dell’equipaggio si ferma a un ristorantino libanese: chawarma - involtino di pita, la ‘piadina’ libanese, carne di kebab, patatine fritte e delizioso hummus di ceci - per tutti! A fatica usciamo dalla città, l’ingorgo continua fino all’ultima casa della periferia, dopodiché si corre via lisci come l’olio. La strada è perfetta, sembra d’essere in Svizzera. “È tutta così fino a Saint-Louis?”, domando. “Sì, i presidenti del dopo-indipendenza sono nati lungo questa strada”. Belli i baobab che ci affiancano qua e là, carichi di frutti da cui si estrae il cosiddetto ‘pan di scimmia’, una poltiglia dolce bianca e sabbiosa amata da ogni tipo di bipede. Rufisque, uno dei quattro insediamenti ‘storici’ francesi, sembra una piccola città caotica come tante, almeno vista dal finestrino. “Guarda, che roba! - mi fa Amin, sdegnato per il malcostume imperante - Il commissariato di polizia e, di fianco, i tassisti abusivi. Un po’ come me. Cioè, senza il po’”. Visto il tema, dico la mia. “A Napoli, nel Sud d’Italia, quando fu reso obbligatorio l’uso delle cinture di sicurezza qualcuno si inventò magliette con le cinture dipinte, per fare fessi i vigili”. Mezz’ora cronometrata di risate e, sullo sfondo, grandi giacimenti di fosfato e venditrici di erbe da infuso raccolte in enormi pannocchie. Il calore sembra sciogliere l’asfalto e l’auto. Ristorante Casa Italia, da Ugo, recita un enorme cartello tappezzato di disegni che ritraggono spaghetti e pizze all’entrata di Louga, città poco a sud di Saint-Louis. Lungo l’ultimo tratto Amin preme forte sull’acceleratore, cerca di recuperare il tempo perduto in chiacchiere. Per pochi franchi in più mi porta alla guest-house La Louisiane, all’estremità settentrionale dell’isola collegata alla ‘terraferma’ da un grande ponte metallico, costruito in origine per attraversare il Danubio e giunto a Saint-Louis nel 1897. Il tramonto, i balconcini in ferro battuto di alcune case, i muri giallo ocra scrostati e i nomi che fanno di tutto per ricordare la Louisiana mi danno un benvenuto che sa di magia.









Verso Kaolack
Parto per questa città che ha un nome da merendina Kinder perché è un importante snodo stradale verso la Casamance, il bel Sud tanto boicottato in questi anni dal turismo a seguito dei disordini, una lunga guerriglia sfociata nel brigantaggio. Nel 1982 i diola, l’etnia più importante del Sud, decise di risolvere con le armi l’annoso contrasto culturale ed economico con i wolof di Dakar, dominatori del Nord e veri padroni del Paese. Dopo anni di rapine e scontri armati con l’esercito, oggi si è arrivati finalmente a una situazione di relativa pace, tendente al dialogo, e i turisti cominciano a fare ritorno. La Casamance, d’altronde, ha un potenziale turistico enorme. Natura lussureggiante - al contrario dell’arido Nord, forse invidioso di questa futura fabbrica di soldi -, gente simpatica e ospitale, belle spiagge. È una meta ideale per l’ecoturismo, grazie anche alle numerose infrastrutture e ai prezzi contenuti. All’autostazione il taxi per Kaolack è vuoto e per aspettare che si riempia non è da escludere che debba passare l’intera giornata. Meglio prenderne uno per Thiès, a metà strada, e là cambiare. Il taxi, stavolta, è quasi al completo, sono rimasti solo due posti nell’ultima fila, a ridosso del bagagliaio. Provo a sedermi lì, ma ci sto se mi piego in quattro, bisogna infilarci un altro passeggero e per Thiès ci vogliono circa due ore. Scendo, scarico il bagaglio e improvviso una sceneggiata da toubab - bianco, in wolof -: “Là non ci sto, non posso viaggiare così. O davanti o niente.” È un ricatto da ricco turista occidentale, la coscienza va in cantina, ma la fretta di partire degli altri passeggeri mi promuove alla fila davanti. Una donna, sbuffando, viene retrocessa dagli uomini per fare spazio al grand patron - titolo onorifico qui dato a tutti quelli che, come me, portano a spasso una pancetta rotonda e birrosa. Mi sento uno sporco colonialista, ma almeno non ho il mal di mare. Si parte e cala il silenzio generale: la logorrea di Amin era eccezionale, in ogni senso. All’autostazione di Thiès si ricomincia: con il nuovo autista devo contrattare per il trasporto del bagaglio e lottare per un posto in cui riesca a respirare e, una volta arrivato a destinazione, non debba farmi operare di ernia al disco. Il problema del numero di passeggeri stavolta è risolto in fretta: l’autista ha riempito il bagagliaio con ammortizzatori arrugginiti e non vuole esagerare, caricandolo troppo la carrozzeria potrebbe divorziare dal motore. Si viaggia larghi, in gran comodità. Le strade alla ‘democristiana’, quelle dei presidenti, terminano appena fuori Thiès, dove comincia l’Africa vera. Buche fino a destinazione, l’autista sembra far di tutto per schivarle, ma pare attirato nelle voragini come da una calamita. Non ne sbaglia una. Il rumore da sfasciacarrozze copre persino la radio e ogni volta che sprofondiamo in un’impronta di meteorite gli ammortizzatori urlano vendetta, con didascalia dell’autista imprecante a seguire. Il panorama rurale, là fuori, consola e fa dimenticare il tormento acustico. Splendidi uccelli turchesi volteggiano nell’aria, mentre ogni cinquanta metri se ne vede uno, altrettanto bello ma più sfortunato, spalmato sull’asfalto. A un certo punto ne scorgo uno piccolo, vivo, molto carino, mai visto prima, sul margine destro della carreggiata. Un ornitologo occidentale potrebbe pagarlo qualche ziliardo di dollari, qui non vale la gomma del copertone che servirà a piallarlo. Andiamo piano, l’autista lo schiverà senz’altro, così attento com’è a evitare gli ostacoli, mi dico. CRACK! Rumore di grissino investito da una schiacciasassi. Arrivato a Kaolack non saluto il conduttore, il mio animo ecosensibile non me lo permette. Gli auguro di spendere lo stipendio di tre mesi per riaggiustare i suoi ammortizzatori sfasciati. La vendetta di Sora Natura.









Ziguinchor-Kafountine
A Ziguinchor, capitale della Casamance, ci sono arrivato senza troppe sofferenze, se si eccettuano le buche mostruose del breve tratto di ‘autostrada’ - così hanno il coraggio di chiamarla - in Gambia e l’attesa estenuante di un traghetto, ravvivata dalla visione di un panettone importato dal Brasile (!), marca Balducco, venduto su una bancarella. Eccomi di nuovo in autostazione, altro luogo dimenticato da dio, a recitare la solita parte del toubab viziato. Carico e scarico i bagagli da tre taxi diversi, contrattando ogni volta per mezz’ora, finché trovo quello che mi offre il trono (il posto del morto, secondo altre scuole di pensiero più pessimiste), il sedile davanti, di fianco all’autista. Oggi mi è toccato uno chauffeur poco simpatico: passa il tempo a ruminare il bastoncino pulisci-denti che qui tutti tengono a penzoloni dalla bocca e ad aumentare il volume della radio - da cui escono litanie da muezzin - ogni volta che lo abbasso. All’uscita dell’autostazione il conduttore ingrana la prima con un questuante cieco ancora attaccato alla maniglia della portiera. I primi venti chilometri, fino allo snodo stradale di Bignona, sono buoni, la strada è circondata dalla vegetazione da cui ogni tanto salta fuori una scimmia a caccia di cibo, ma da informazioni di corridoio so già che quelli successivi, fino a Dioloulou, saranno un campo di battaglia dopo il passaggio dei panzer e della contraerea. In effetti, lasciata Bignona, percorriamo cinquanta chilometri che sembrano cinquemila. L’autista combatte il rumore delle ruote che sprofondano nelle buche aumentando il volume dell’autoradio e rimane insensibile quando mi infilo un po’ di giornale appallottolato nelle orecchie. Dovrei scendere a Dioloulou, nei miei pensieri una specie di Itaca dopo la centrifuga allo stomaco avviata dall’inferno di buche e polvere che sto attraversando. Ho talmente idealizzato questo piccolo centro abitato che m’immagino una specie di New York. In realtà, quando ci arriviamo, il luogo è talmente minuscolo che manco me ne accorgo e tiro dritto con il resto dell’equipaggio sino alla frontiera con il Gambia. Quando me ne rendo conto maledico l’autista - “Ma come, hai a bordo un passeggero pagante e non sai dove deve scendere?” - e poi maledico me stesso - “Ma come, scemo che sei, sali su un taxi, paghi, e non sai dove devi scendere?”. Mi tocca aspettare un mezzo che ritorni a Dioloulou, ma qui tutti sembrano assorti nella preghiera: è Ramadan e la gente, prima di entrare nella moschea alle spalle del parcheggio dei taxi, si lava i piedi con acqua contenuta in piccole taniche da asporto. In giro non c’è nemmeno l’ombra di qualcosa di commestibile. Il boss del garage, come chiamano qui l’autostazione, riesce a trovarmi venticinque centimetri quadrati nel deretano di un car, minibus a tenuta stagna stipato di donne e bambini. I dieci chilometri fino a Dioloulou sono una camera a gas fra le buche e non riesco a distogliere lo sguardo dalla maglietta della donna che mi siede davanti e che ritrae Ronaldo con la divisa della seleção e la scritta INTERMILAN - Foodboll Legend. Al capolinea ricomincio a respirare, ma il generale del garage mi vuole affibbiare un taxi al costo di un biglietto per la Luna. Kafountine è a soli 25 km, ma di altri pellegrini come me con cui dividere la spesa in giro non se ne vede nemmeno l’ombra. L’italiano è mafioso, si sa, e decido di sfruttare l’ultimissima carta: l’amico dell’amico, Monsieur Manga, il parroco locale, un caro conoscente di un mio affiliato di cosca di Ziguinchor. Nonostante sia a letto a causa della malaria, si alza e mi scorta al garage, dove scova un taxi a prezzo politico. Potere dei padrini, sempre siano lodati. L’ultimo tratto è uguale a quelli precedenti, osceno, ma l’odore del mare si avvicina e tiene alto l’ottimismo. Un capannello di gente ci blocca nei dintorni di Abené, un villaggio con una bella spiaggia. La strada è dritta che più dritta non si può, il traffico è quello di ferragosto in città, ma un tipo è riuscito comunque a schiantare il suo camion contro l’unico albero da qui all’orizzonte. Poteri della meccanica e del bunuk, il vino di palma che qui tutti estraggono e ingurgitano. Raccogliamo un paio di feriti sanguinanti, da portare al centro medico a breve distanza. La mia coscienza, già nera, dopo questa buona azione riacquista qualche sfumatura di candore. Gli spaghetti e i bungalow iperconfortevoli di Antonella ed Eric, proprietari del migliore albergo di Kafountine, mi fanno dimenticare le buche e la polvere di una giornata rognosetta.








Ritorno al capolinea
Dopo la cura del sonno, dei bagni e del barracuda alla griglia mi sento sufficientemente corazzato per affrontare la lunga e faticosa via del ritorno. Il primo taxi di questa cavalcata è una Land Rover 4x4 verde tarlato, presagio di strade da Camel Trophy. Il mezzo si riempie solo quando due donne finlandesi tardo-freak tappano i due ultimi buchi rimasti sul retro. Si parte e l’autista raccatta gente a ogni angolo di strada. Il copilota è un ragazzone gambiano che porta un anello a forma di coltello sacrificale azteco e che a ogni sosta fuma nervosamente. Poi si aggiunge una bambina. Poi arriva un orco in mutande, machete e taniche bisunte. Il tutto si ritrova al posto guida, con l’autista che tiene una tanica sotto l’ascella per riuscire a ingranare le marce e il gambiano che dice cose brutte brutte in inglese (forse pensava di viaggiare comodo). Lasciata la strada buona, si fa per dire, imbocchiamo una pista. Ho voluto a tutti i costi il posto finestrino, ora mi becco in faccia i rovi-finestrino. La frontiera senegalese non esiste, ma quella gambiana è riverniciata di fresco: strascichi dell’Impero, forse. Il doganiere in tenuta da basket che m’ispeziona il bagaglio mi chiede se sono un dottore, non ha mai visto un beauty-case così fornito di medicinali. Lungo la strada attraversiamo diversi villaggi e i bambini sono particolarmente incuriositi dai toubab: questa via secondaria non vede un gran passaggio di bianchi e siamo un’attrazione. Tutti vanno a scuola con divise decorose, forse un altro imprinting della Regina, e alcune bambine musulmane indossano un velo a cilindro molto diverso da quello usato in Senegal. Arriviamo a Brikama, una sorta di Los Angeles molto Blade Runner, almeno così mi sembra la sua bus station. I cartelli dipinti a mano dei barbieri e dei saloni di moda “last fashion” - sgabuzzini di compensato e lamiere con una Singer - lungo la strada per Banjul, la capitale, sono spettacolari. A Banjul, passato un incredibile clone dell’Arco di Trionfo, con tanto di statua dorata che ritrae Generale con Bambino dalle proporzioni sballate, mi faccio depositare (mezzo n°3) al molo da cui parte, dovrebbe partire, il traghetto per Barra, città sull’altra sponda del fiume Gambia. La nave, infatti, è appena salpata e mi tocca aspettare due ore. Mi faccio un giro tra i negozi di stoffe dei libanesi che non contrattano manco morti, poi passo il tempo a osservare il viavai di gente nella sala d’attesa - tutto il campionario del genere umano -: il ragazzo ggiovane in Calvin Klein, jeans larghi di dodici misure, Nike da rapper, occhiali neri all’iperdesign e megastereo sulla spalla; la venditrice di ghiaccio con un catino in mano che deve pesare cinquanta chili; il ladro che cerca di spingermi verso i cancelli d’imbarco per farmi il portafogli; la toubab - una tedesca o un’americana - di rara bruttezza, qui una principessa solo in quanto bionda. I cancelli dei leoni si aprono, l’orda si spinge per conquistare un posto che non esiste - in realtà c’è spazio per tutti -, vecchia abitudine da stadio. A Barra veniamo infilati, io e le finlandesi, sul mezzo n°5, un car con gli ammortizzatori sbrindellati diretto alla frontiera con il Senegal, e i timpani lacrimano. Oltre la dogana ci aspetta il mezzo n°6, a scelta tra un ciuco che traina un carretto carico d’acqua - probabilmente ha appena finito di trasportare ghiaccio - e un rastafari adrenalinico con una R4 bianca e l’occhio matto. Scelto quest’ultimo, in tempo record l’autista ci porta alla frontiera senegalese fra testacoda e derapate, che almeno servono a tenerci svegli dopo il rintronamento delle dieci ore di viaggio già accumulate. Mezzo n°7, l’ultimo, inshallah. Sceneggiata più dura del solito: per me rimane un solo posto nel solito intestino della Peugeot, il sole sta per tramontare, qui non c’è un albergo che sia uno e devo assolutamente tornare verso la capitale, l’aereo parte domani. I buoni attori, però, sanno bluffare al momento giusto e fingo di non avere fretta, se siedo dietro non è da escludere che mi sentirò male, aspetterò il prossimo, magari dormirò lì, che ore sono, mah, chissà, vedremo... Il passeggero più imbufalito, quello che mi dà del grave (pazzo), forse è lì dall’alba in attesa che il taxi-brousse si riempia, costringe con ricatti morali e male parole il tipo che siede sul trono, bello comodo, a cedermi il posto. Continuando su questa strada l’Illuminazione non la raggiungerò mai, però mi faccio sei ore spaparanzato a godermi il bel tramonto fra le piste di sabbia, i villaggi cresciuti all’ombra di baobab alti come condomini - sono o non sono un turista? - e i folli che, una volta tornati sull’asfalto, ci abbagliano ossessivamente. Non so come l’autista riesca a evitare i frontali. Appena cala il sole da dietro si sente un rumore di scartocciamento, seguito da un insistente ritmo da picchio: una donna sta facendo acqua per tutti, grattugiando con una chiave un grosso pezzo di ghiaccio che tiene avvolto in un panno. Il Ramadan per oggi è terminato, finalmente si può bere e mangiare e l’autista le passa una chiave inglese per meglio frantumare la granita. Dopo una sosta su un marciapiedi di Kaolack per una baguette alla carne piccante e alle patatine fritte, verso mezzanotte raggiungiamo Rufisque. Le finlandesi hanno una casa qui, ma prima di scendere esigono un veloce shopping al mini-market Select, un’oasi asettica di Primo Mondo abbinata ai distributori Shell. Come impazzite corrono ad acquistare Emmental, Camembert, olive importate, spaghetti veraci, manco domani scoppiasse la Terza guerra mondiale. I vichinghi li sapevo affamati, ma non li facevo così chic.









da Vita da Toubab


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