sabato 5 maggio 2012

ASIA - BATIK


Al mondo ci sono batik non solo indonesiani, ma anche africani, giapponesi, sudamericani, indiani, nepalesi e singalesi, realizzati secondo stili e gusti diversi, tutti con una caratteristica comune: un unico metodo di colorazione del tessuto. Trattato ‘in negativo’, quasi come una pellicola fotografica, il telo bianco di base viene disegnato utilizzando la cera come coprente.
Non si sa esattamente chi fu il primo a utilizzare la cera calda per impermeabilizzare le parti che non si volevano tingere. I primi artigiani sicuramente si trovarono di fronte a questo problema, dopo aver scoperto che i tessuti potevano essere colorati con tinte vegetali e che queste rimanevano fissate, una volta immerse le tele nel bagno di colore. Successivamente, i tessuti vennero esposti per periodi più lunghi al sole, permettendo l’ossidazione dei colori. Per combinare le brevi immersioni nella tintura e stampare indelebilmente i disegni tracciati sul tessuto bisognava operare al ‘negativo’, cioè trovare qualche materiale che impedisse l’assorbimento del colore in corrispondenza della sagoma bianca del disegno e consentisse successive immersioni in bagni di tintura di colore diverso. In origine, prima di passare alla cera sciolta, si pensò di ricoprire alcune parti del tessuto con materiali quali la fecola di patate, la pasta di riso, oppure legando strettamente parti della stoffa con fibre vegetali.


Le ipotesi riguardo alla nascita del batik sono diverse, e vedono come probabili luoghi d’origine l’India del Sud - dalla quale si sarebbe diffuso in Indonesia -, l’Egitto o l’antica Persia, ma quelle più attendibili intravedono nell’Indonesia la vera culla di questa arte. A Giava, terra probabilmente originaria del batik, è noto l’uso antico del canting (o tyanting, utilizzato ancor oggi), un piccolo serbatoio di rame, montato su un manico di canna, dotato di un sottile cunicolo di vario spessore che permette di dosare e spargere la cera calda secondo la larghezza e le linee desiderate. I disegni così ottenuti risultano più definiti e, addirittura, puntiformi, non più a grandi masse, come accadeva in precedenza in altri paesi, ove veniva usato il pennello (ancor oggi) o altro. Le tracce sulla stoffa, ottenute con il canting, sono più raffinate e accurate, e danno una migliore qualità del prodotto finale. La cera, indispensabile per questa tecnica, sembra venisse originariamente dall’isola di Sumatra, nota fin dai tempi antichi per l’apicoltura. Il termine ‘batik’ deriva, infatti, dalla parola indonesiana tik, la goccia (di cera), che viene depositata sul tessuto tramite il canting.





Oggi, a qualunque latitudine il batik venga prodotto - grazie alla domanda dei turisti, in costante spostamento in ogni angolo del globo - la sua fabbricazione segue un processo di base, comune a tutti gli artigiani. In Indonesia, in particolare, le fasi di fabbricazione sono undici, e la produzione di un buon batik tradizionale può richiedere anche sei mesi di lavoro costante e accurato. Innanzitutto, su un lucido viene disegnato il profilo delle figure che si vorranno far apparire sul prodotto finale. Questa sagoma viene perforata, con la punta di un ago, o qualcosa di simile. Il lucido viene fatto poi combaciare con il telo di base, bianco; un vecchio lenzuolo può essere un ottimo sfondo. Una tinta scura, solubile all’acqua, è quindi fatta passare con un pennello in corrispondenza dei forellini, così da rimanere tracciata sulla tela bianca. Il lucido viene tolto - può essere riutilizzato per altri batik uguali - e il disegno, nella sua forma primaria, rimane così impresso sulla stoffa. Alcuni abili disegnatori, come le donne indonesiane, tuttavia, non eseguono questa prima fase, essendo perfettamente in grado di disegnare a mano libera, direttamente sul tessuto bianco (mori), la cui qualità ha una grande influenza sul risultato finale. Il tessuto neutro, cioè, deve essere estremamente pulito e stirato, senza pieghe che possano impedire l’aderenza della cera. In Indonesia, addirittura, la tela bianca viene inizialmente depurata da ogni asperità per mezzo di martellate (utili a indebolire le fibre e prepararle ad assorbire meglio il colore) e un bagno d’olio (solitamente di arachidi), al quale segue un’immersione in un composto di cenere e di paglia di riso e acqua, necessaria per rimuovere l’eccessiva oleosità. Il tessuto, quindi, viene fissato a un telaio, ben teso. Cera neutra (di api, così come paraffina o resina usate allo stato puro o mescolate tra loro in quantità variabili), contemporaneamente riscaldata su un fornellino a gas e raccolta in una bacinella di metallo, viene passata, sempre per mezzo di un pennello o del canting sulla tela, a seconda del disegno dell’artista-artigiano, in corrispondenza delle parti che si vogliono lasciare prive di colore e che daranno il profilo dell’opera finale: ad esempio, le linee dei muri delle case, degli alberi, delle montagne; oppure i profili delle figure antropomorfe o floreali. Alla fine di questa fase la stoffa appare come il negativo di una pellicola, sulla quale sono tracciati i limiti che comporranno l’immagine, mentre le zone che verranno colorate rimangono bianche.






Attraverso una sequenza di tinte chimiche, solubili in acqua, si passa alla fase della colorazione. La prima tintura, solitamente, è quella nell’indaco, il colore di base, che non deve assolutamente intaccare i profili del disegno, ricoperti di cera: se questo colore passerà attraverso, bisognerà rincominciare tutto daccapo. La stoffa viene quindi immersa in bagni successivi di colori complementari, che rimangono fissati sulla tela se la sequenza è stata seguita correttamente. In pratica, ad esempio, il nero si fisserà solo se prima si è passati attraverso tutti gli altri colori della scala cromatica (indaco, giallo, rosso, ecc.). Se alcune parti del batik vanno tinte con colori che si trovano all’inizio della sequenza (ad esempio il giallo), basta fare attenzione a non immergere nuovamente quella parte di stoffa nei bagni successivi, tenendola sospesa fuori delle vasche di colorazione.
Tra un bagno di colore e l’altro viene tolta la cera, sciogliendola in acqua bollente e raschiandola manualmente, per poi venire applicata di nuovo, a seconda delle esigenze di colorazione, prima della tintura successiva. Alcuni colori che non siano in grado, da soli, di fissarsi sul tessuto - come il marron -, vengono ‘aiutati’ con l’aggiunta di un mordente chimico. Se il disegno finale è caratterizzato da particolari troppo minuti per essere tinti grossolanamente, con soli bagni in sequenza, è necessario l’uso del pennello, unito a una copertura a mano con la cera delle parti di colore differente.
Attraverso un lavoro che può durare anche più di un mese, tinta dopo tinta, il batik giunge alla sua fase finale. Per un migliore assorbimento delle tinte, durante le fasi successive di colorazione, la tela va immersa nei bagni e agitata energicamente, strofinandola con l’ausilio di spessi guanti di gomma, impermeabili ai potenti coloranti chimici. La tela, infine, dopo essere passata attraverso tutte le fasi della colorazione, viene stesa al sole, necessario per ossidare e fissare definitivamente le tinte.
Fra gli artigiani del batik c’è ancora chi afferma di utilizzare esclusivamente colori naturali, ma è difficile crederlo, almeno per quanto riguarda le tele vendute ai turisti e prodotte su larga scala: i colori chimici sono molto più facilmente e rapidamente reperibili, sono più economici e si fissano meglio.






Gli stili del batik variano da regione a regione, secondo le tradizioni culturali del popolo che li produce e la domanda dei compratori. In Africa predominano le figure antropomorfe (guerrieri, contadini, danzatori, ecc.), mentre in Sud America i temi naturalistici hanno la maggior frequenza. Singolari sono i batik giapponesi, ove lo stile riprende forme e soggetti dei fumetti locali: orsetti e samurai, buffe mucche pezzate e civette.
In Indonesia, probabile terra madre di questa arte, i temi ricorrenti sono i più disparati, variando dalla flora e la fauna, fino a soggetti che potremmo definire ‘astratti’. A grandi linee, possiamo suddividere questi temi in motivi geometrici e in temi non geometrici: i primi sono il banji (di influenza cinese), il ceplok (stilizzazione di esseri viventi), il kawung (assai antico, che riprende in forma stilizzata la pianta del capoc), il nitik (motivo puntiforme, che imita la tessitura delle stoffe, secondo una combinazione di punti e linee) e il garis miring (motivo a linee diagonali). Tra i motivi non geometrici, invece, troviamo il semen (‘bocciolo’, motivo composto da gemme, montagne, templi, fiori, piante e animali) e il lookyan (di influenza cinese, con elementi floreali e animali). 



Ogni motivo rappresenta un simbolo, un concetto ideale, e la sua scelta dipende dal messaggio, culturale o religioso, che si vuole comunicare. Anche la scelta dei colori, mai casuale, è simbolica: il bianco, per esempio, rappresenta la nascita, il rosso la crescita, l’arancione la vita matura, il blu la notte e la morte. Nel grande arcipelago indonesiano, inoltre, diverse sono le tecniche di lavorazione, a partire da quella manuale (tulis), fino a quella più moderna, eseguita a macchina: i batik stampati (tyap), assai più economici, sono largamente usati come sarong, l’abito unisex nazionale. Altrettanto numerosi sono gli utilizzi dei prodotti finiti: dai quadri alle tende, dai cuscini agli abiti, dai costumi per la danza agli scialli (slendang) o ai copricapi (kain kepala). Nel subcontinente indiano, invece, fondamentale è la tematica religiosa, indù, buddista o musulmana, a seconda delle regioni di produzione, con immagini e situazioni che si rifanno alla mitologia delle diverse dottrine e alla storia dei tanti dèi. I batik nepalesi, infine, ultimi arrivati nel tempo, seguono fedelmente la domanda del sempre crescente turismo, e imitano, a grandi linee, stili e soggetti indiani e tibetani, secondo una moda e una richiesta di mercato dettata dal gusto dei visitatori stranieri.






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