lunedì 1 aprile 2013

GIAPPONE – IL RITORNO AL VENTRE


La particolare architettura funeraria di Okinawa

Okinawa, come in altri campi, differisce rispetto al resto del Giappone. Anche il modo di rendere omaggio ai propri morti è unico nel panorama nipponico, a partire dall’architettura dei sepolcri. A grandissime linee, le tombe di Okinawa possono essere suddivise in due categorie. Le prime (kikkobaka), più antiche, a forma di guscio di tartaruga. Ampie, riprenderebbero le linee del ventre materno, da cui si è venuti e a cui si ritorna. In pietra, scarne, spesso prive di nomi. Contengono le ossa dei defunti, se non addirittura quelle di diverse generazioni della stessa famiglia. Sulla parte davanti una piccola nicchia quadrata, con uno o più vasetti per fiori e offerte (a volte un paio di bacchette per mangiare). Queste tombe giunsero, come molto a Okinawa, dalla Cina, in particolare dal Fujian e dal Fuzhou, in epoca Ming, tra la fine del Seicento e quella dell’Ottocento. La tartaruga era un animale sacro, per i cinesi. Nel Regno di Ryukyu, come allora era chiamato l’arcipelago, queste tombe erano riservate, almeno agli inizi, ai VIP locali. Come testimonia, per esempio, la grande tomba dell’Udun di Ginowan, nel parco Sueyoshi di Naha.


Questa è la più antica e ampia del capoluogo di Okinawa, ma la sua forma è stata ripresa in numerosi altri sepolcri, a volte accerchiati dallo sviluppo edilizio. Non è raro, infatti, trovare cimiteri o singole tombe completamente attorniati da condomini moderni, sia a Naha sia nei centri minori. Le tombe più grandi e antiche a volte sono di un intero villaggio, oppure di gruppi di amici, slegati da parentela di sangue ma uniti da un legame affettivo e di onore. La più grande in assoluto, a Itoman, è chiamata kochibara monchubaka. Stesa su un’area di oltre 5 km quadrati, si ritiene che conservi i resti di circa 5000 persone. Tombe minori, ma pur sempre ampie, sono quelle per la monchu, la famiglia ‘allargata’, di membri uniti da un’unica linea paterna. Poi quelle minori, da famiglia in senso stretto.





Il secondo tipo di tomba, moderno e di dimensioni più ristrette, è quello che ha seguito quelle ‘a tartaruga’. Più pratiche – visto anche l’utilizzo di un appezzamento minore - ed economiche, con colonnine e una piccola veranda, a volte sono decorate/protette da un paio di shisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/uno-shisa-per-tutte-le-stagioni.html). Una specie di replica di piccole case, con tanto di muretti di recinzione sui quali sedersi. Alcune – ben poche, in realtà – hanno una croce cristiana. La croce è un simbolo della comunità cristiana di Okinawa (la maggiore del Giappone: qui si concentra il 10% dell’intero Paese), ma anche un segnale che fu tracciato sui sepolcri più antichi per far capire agli stranieri che di tombe si trattava. In effetti, a prima vista, molti sepolcri – soprattutto quelli a forma di ventre – potrebbero far pensare ad altro. Subito dopo la Seconda guerra mondiale molte tombe furono depredate, e alcune si ‘salvarono’ grazie alla croce.











Un luogo davvero particolare per vedere questi sepolcri è lo sconfinato cimitero di Shikina, in pratica una città nella città, nella periferia sud-orientale di Naha. Disposto su una collina ‘sacra’, il cimitero è una babele di sepolcri, sia del vecchio stile sia di quello più recente. È qui che, fotografando, un giorno incontro Asato-san, gentiluomo di età avanzata. ‘Italiano? Fotografo? Vieni, ti faccio vedere la mia tomba.’ Asato-san mi conduce attraverso un sentiero di sterpaglie. Vedendomi in ciabattine infradito mi dice di fare attenzione agli habu, i serpenti velenosi che chi vive a Okinawa teme come la morte. Mi porta a una tomba tirata a lucido, nuova fiammante, con il simbolo di famiglia dorato. Accetta di posare davanti a quella che un giorno sarà la sua casa eterna, come a lasciare un ricordo per i posteri. ‘Le vecchie tombe, più antiche, sono state molto utili durante la guerra, quando siamo stati invasi dagli americani e ci bombardavano. le famiglie si rifugiavano all’interno, così da proteggersi dalla pioggia d’acciaio dei mortai americani e giapponesi.’



Aprile, è tempo di Shimi
In aprile, soprattutto di domenica, le famiglie di Okinawa usano ritrovarsi in prossimità dei sepolcri dei loro avi, per commemorarli a dovere. Anche questa è una tradizione che affonda le proprie radici in Cina e che, con molteplici sfumature, si ritrova in tutti i Paesi in cui vive una comunità cinese. Dopo una breve cerimonia in cui ci si raduna davanti alla tomba e si prega, si brucia incenso e qualche banconota finta, ‘impersonata’ da tovaglioli che si possono acquistare ad hoc per questo rito, da inviare agli spiriti per il loro benessere nell’aldilà. In qualche isola minore, ancora legata alle tradizioni, si può incappare in qualche famiglia che danza davanti ai sepolcri seguendo le note dello sanshin, il ‘banjo’ di Okinawa, cantando in Uchinaaguchi, la lingua di Okinawa (沖縄口/ウチナーグチ), diversissima dal giapponese. Il rito è seguito da un grande picnic a cui partecipa tutta la famiglia, avi sepolti inclusi. Questa cerimonia, spesso, è ripetuta all’interno delle abitazioni: viene reso omaggio agli avi presso il loro altarino permanente, mentre le offerte vengono bruciate all’ingresso di casa. 

 

















Quella dello Shimi è un’occasione particolarmente importante nella cultura di Okinawa, perché in questa circostanza vengono rinnovati i legami familiari. I bambini giocano e si divertono, mentre gli adulti si dedicano al pranzo e a ripulire il sepolcro, sia dalle sterpaglie circostanti sia dalla polvere all’interno del recinto che delimita la tomba. Alcuni sepolcri, se visitati nel corso dell’anno, sembrano spesso abbandonati, sporchi e dimenticati. Ma ad aprile, all’inizio del periodo di Shimi, si procede a pulirli meticolosamente. Gli abitanti di Okinawa credono che i loro avi li controllino, per vedere se tengono puliti i sepolcri, dunque la fase di pulizia è estremamente importante. Sul sepolcro vengono lasciate lattine di sakè, di awamori o di birra, un altro omaggio agli avi. Qualche fiore di plastica le decora senza grosso bisogno di cure.








Lo Shimi, in realtà, si protrae nei mesi successivi, fino a diventare Obon, in agosto e settembre. La canna da zucchero, di cui Okinawa abbonda, è il simbolo di questa ricorrenza, e viene data in regalo a chi partecipa. Le case e i negozi dei familiari in vita vengono ‘protetti’ lasciando offerte sul selciato: incensi (alcuni, neri, sembrano strisce di liquerizia), fiori, riso, banconote false, sigarette. E, più del solito, in questo periodo sulle tavole delle persone arrivano i mochi, i gommosi dolcetti tradizionali giapponesi fatti di riso pestato. I laboratori che li producono aumentano la produzione, soprattutto in settembre, quando con l’Eisa (http://unitalianoaokinawa.blogspot.jp/2013/02/eisa-matsuri.html) si celebra la fine imminente dell’Obon.







altre foto di Okinawa:



MALESIA - MALACCA, LA BARBIE E IL RISCIÒ


Viaggio a Malacca, tra risciò, Barbie, scarpine lillipuziane, incensi, turisti cinesi e tracce portoghesi

“Tempio indù. Moschea. Tempio cinese. Tempio buddista. Chiesa Tamil. Tutto nello spazio di mezzo chilometro. Convivenza, in pace. Ecco la Malesia.” Questa è la lezione geopolitica che il tassista mi regala, mentre mi deposita all’albergo di Jalan Tukang Emas, l’antica via degli orafi, nel cuore di Chinatown, di fronte alla moschea Kampung Kling. Nel prendere la camera non ho calcolato la distanza cuscino-minareto, per cui maledico la mia mancanza di accuratezza ogni volta che il muezzin mi sveglia all’alba. Ma le sue litanie fanno parte del pacchetto-Malesia, come mi ha ben spiegato il tassista. Dunque va bene così, il muezzin fa esotico, e si viaggia per questo, no? In effetti la Malesia, soprattutto dopo essere passati attraverso il resto dell’Indocina, può offrire una piacevole sorpresa. Gente mediamente carina e sorridente, non interessata esclusivamente in quanto può passare dal tuo portafogli al loro. Ogni tanto, addirittura, qualcuno ancora genuinamente curioso di sapere chi sei, da dove vieni, perché. Sensazioni tramontate altrove, qui ancora possibili, grazie a un Paese che non vive di turismo. Convivenza pacifica tra malesi DOC, musulmani, circa il 65% della popolazione, cinesi, il 22%, indiani, l’8%. Il resto un mix di indonesiani e di occidentali trapiantati. I musulmani si riproducono abbondantemente, come da copione etico-religioso, mentre i cinesi sono in calo, orientati come sono a mantenere una qualità della vita decorosa. Che la convivenza sia effettivamente pacifica, nonostante le infinite differenze, mi è stato confermato in molte occasioni. Scolaresche in cui ragazzine velate giocano con coetanee cinesi o indiane, tutte attratte allo stesso modo dal messaggio ricevuto sul cellulare o dall’Ipod. Che la convivenza sia non sempre pacifica me lo fanno notare, come la famosa eccezione che conferma la regola, le urla che odo dalla strada, mentre consumo la mia lasagna quotidiana al Limau Limau Café, una piccola oasi di pace & delizie che ho scovato di fianco alla moschea. Di proprietà di due sorelle gattare (una parete è addobbata con l’intero campionario della loro collezione di gatti). Identiche come gocce d’acqua, una mi ha adottato e mi ricopre di chiacchiere, l’altra mi ignora. Entrambe hanno imparato a fare lasagne commestibili, a prova di bolognese, copiando la ricetta da un libro. Il mondo è bello perché globale. Urla, dicevo. Corro in strada a vedere che diamine sta succedendo. Un conduttore di risciò sta avendo una discussione infuocata con un indianino. A giudicare dal mattone che impugna ho come l’impressione che voglia sfracellarlo. Forse per questo l’indianino continua a indossare il casco, dopo aver abbandonato la moto in mezzo alla strada. L’imbestialito lo insegue in una giostra senza fine attorno a un’auto, sembra un cartone animato di Speedy Gonzales. Non parlo malese, dunque non capisco: questioni di traffico e precedenze, a giudicare dalla quantità di mini-scontri risciò/altro mezzo che si verificano troppo spesso nelle strettissime viuzze di Malacca. Poi, così come è esplosa, la mattana evapora. L’indianino fugge, verrà a recuperare la moto più tardi. L’infuriato riprende a pedalare. Io finisco la mia lasagna, com’è giusto che sia.


















A Malacca - Melaka in malese - c’ero passato nel 1988. Di allora ricordo risciò arrugginiti e guidatori insistenti. Una stanza claustrofobica in una guest-house in cui il proprietario vendeva agli ospiti copie di una foto sua di fianco a David Byrne, l’ex leader dei Talking Heads, passato dalla sua stamberga. Un dollaro per un ricordo VIP, questa la tariffa della foto. 


Il tempo è passato, la Malesia ha fatto passi da gigante o, quanto meno, zampate da ‘tigre asiatica’. Di risciò arrugginiti ne sono rimasti una ventina, usati perlopiù nei mercati di frutta e verdura per portare a casa qualche massaia carica di sporte. I nuovi risciò, circa 150, destinati esclusivamente ai turisti, sono un’altra storia. Decorati come carretti siciliani, gareggiano in qualità e quantità di addobbi richiama-clienti. Tema dominante intere aiuole di fiori di plastica, soprattutto sull’ombrellone, indispensabile per i clienti asiatici, che rifuggono il sole come se fosse Satana. Davanti, a prua, di solito un grande cuore, sempre fatto di fiori. Poi, qua e là, a seconda del gusto del proprietario, gadget di varia natura: da intere armate di Barbie a carrozzerie da barca, da finti logo della Coca-Cola con il nome del guidatore a bambole degli indiani d’America. Fantasia a ruota libera, ognuno con il proprio stile. Le tariffe orarie per i polpacci, ventitré anni dopo, sono più da gondola, a scanso di equivoci riportate nero su bianco in un cartello della piazzetta dominata dallo Standhuys, il complesso rossastro seicentesco olandese, con la chiesa di Cristo (1753), la piccola torre dell’orologio, la fontana e il museo Storico ed Etnologico. Qui si concentrano i pedalatori di risciò, in costante attesa di passeggeri ben paganti. Mediamente gentili e non ossessivi: le tariffe sono chiare, prendere o lasciare. “Che cosa hai trovato di più interessante a Malacca?”, mi domanda tra una lasagna e un espresso la sorella loquace del Limau Limau. Non riesco a non risponderle: “La piazzetta dello Standhuys, dopo l’ora del tè, quando arrivano le truppe cinesi”. Tutti i giorni, infatti, faccio questione di essere lì tra le sei e le sette, subito prima del tramonto. Allora arrivano, in massa, autobus stracolmi di turisti cinesi, in gita tutta-la-Malesia-in-quattro-ore, o giù di lì. Circo vero, da vedere per credere. Come bambini che, per la prima volta, toccano il mare o la neve. Fotografano tutto, fra una sigaretta e l’altra. Tutti fanno il segno di vittoria, asiaticissimo, con l’indice e il medio tesi verso le nubi, mentre si fanno immortalare. Abbigliamento da far paura, volume della chiacchiera da rottura del timpano. Qualcuno infila la testa dentro la bocca del cannone dei coloni che furono, per vedere che cosa si nasconda là dentro. Un tipo ha un serpente bianco extra-large e lo noleggia come modello per le foto, facendo affari d’oro. Le guide, cinesi pure loro, bandierina levata al cielo, hanno volti maciullati dalla noia, mentre ripetono la stessa storia per la milionesima volta. Due passi attorno a ciò che rimane del Middlesburg, fortino portoghese cinquecentesco, poi ripreso e allargato dagli olandesi, quindi tutti sul bus, si riparte. Non solo cinesi DOC, però. Anche cinesi di Singapore, più eleganti e mano vocianti. Malesi di altre regioni, tra cui ragazze velate con cappello da cow-girl (l’uno sull’altro), sposini freschi di chicchi di riso, famiglie allo struscio, fidanzatini e molto altro. Fra questo, io, l’avvoltoio, che osservo, annoto, fotografo dall’alto del balcone del museo. Manna per gli occhi.








Malacca non è una città di grandi panorami, nemmeno salendo sull’Orribile Pilone, una colonna panoramica (made in Switzerland), all’anagrafe Menara Tamingsari, che dall’alto dei suoi ottanta metri vi permette di osservare a 360° la città tutelata dall’Unesco. La tutela ($), è lecito supporre, le è stata concessa prima che mostri moderni come la torre panoramica fossero eretti. Poco più in là, qualche architetto/assessore scellerato ha reso possibile la costruzione di una specie di Venezia in miniatura, probabilmente clonata dalla vicina Singapore. Tra ponti illuminati a giorno con luci da luna-park e architetture vagamente veneziane scorrono le barchette turistiche del giro sull’acqua, giorno e notte. Qualcuno ha voluto dare una ‘ripulita’ ai vecchi e sudici canali della città, dimenticandosi però il buon gusto. Lo stesso è avvenuto nella periferia, in crescita costante, dove la nuova edilizia fa da padrone. Grandi centri commerciali e villette a schiera. La furia ripulitrice ha messo le mani anche su Chinatown, ma almeno qui le cose sembrano fatte per benino. Tutte le vecchie case cinesi, semplici all’esterno e a volte spettacolari all’interno, sono state imbiancate e decorate con miriadi di lanterne rosse. Di notte, sul tardi, quando i più sono a nanna, è magico perdersi fra le sue viuzze, inseguendo le sfumature che vanno dal rosa al rosso, passando attraverso l’arancione. Chinatown tirata a lucido, e con essa un’infinità di dettagli. Malacca, anche se non vanta monumenti incredibili o panorami mozzafiato, è una città spettacolare per chi ama il dettaglio. Facile, andare a caccia di dettagli, soprattutto a Chinatown. Le casette votive per gli spiriti, i tre incensi all’ingresso di una casa o di un negozio, cornicioni con la data dell’edificio, molti fra gli anni Trenta e Cinquanta del secolo passato. Inseguire i dettagli, a Malacca, può essere una stimolante caccia al tesoro senza fine. Chi non può fare a meno dei monumenti, invece, deve salire sulla collinetta alle spalle del museo Storico ed Etnologico. Dominata dai muri dell’ex chiesa di San Paolo, anch’essa in origine portoghese, la collina offre una bella vista sulla città. All’interno della chiesa le lapidi lasciate dai colonizzatori che passarono da questo trafficato porto, facendone assieme alla vicina Singapore uno dei principali punti di passaggio per le navi commerciali del Sud-Est Asiatico. Ai piedi della chiesa, scendendo verso la parte moderna della città, la Porta de Santiago, altra testimonianza lusitana. Attenti, qui come altrove (Hong Kong, Seul), ai falsi bonzi cinesi. Ne circolano svariati, travestiti da religiosi buddisti, molto abili nell’estorcere ‘donazioni’ ai turisti, in cambio di qualche collanina che si compra un-tanto-al-chilo nei supermercati. Se li lasciate fare, infileranno le mani nel vostro portafogli… Individui distanti anni luce dalla cultura Peranakan che domina Malacca, così come Singapore e Penang. Antico mix di cinesi con malesi e indiani, i Peranakan qui hanno avuto uno sviluppo proprio, particolare. Nella lingua, in cucina (speziatissima), nell’abbigliamento, nella vita di tutti i giorni, nel culto dei propri antenati. Cultura ricca e profonda, tutta da scoprire. Lontana anni luce dai desperados travestiti da bonzi.



Aprile, è ora di Ching Ming Festival
Grande fervore, nei cimiteri cinesi di Malacca, attorno al 5 aprile. Allora le famiglie si ritrovano presso i sepolcri degli avi, secondo la tradizione cinese, per offrire loro beni terreni da godere nell'aldilà: denaro, automobili, alcolici. Tutto rigorosamente di carta e cartoncino, bruciato davanti alle tombe e 'spedito', via fuoco, nell'aldilà. Il rito si svolge sia nel cimitero antico di Malacca sia in quello moderno di Jelutong, enorme, fuori città.
















A spasso per antiquari
Chinatown e dintorni si sono trasformati, grazie al turismo, in una specie di galleria antiquaria. Negozi e negozietti, di ogni dimensione e prezzo, si avvicendano a ristorantini, drogherie, templi e negozi di souvenir. Si va dal rigattiere che sembra aver raccolto tutto il ciarpame che era possibile reperire nei solai del mondo (foto di Elvis Presley, putti da fontana che fanno pipì, bottiglie di Coca-Cola, vecchie pubblicità di sigarette) alla galleria fattasi museo. In quest’ultima categoria non si può mancare la bella Malaqa House, autodefinitasi museum (70, Jalan Tan Cheng Lock, tel. 606-2814770, aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18), su due piani. Al pianterreno un susseguirsi di stanze in cui, tra piante e fontane, è esposto di tutto: antiche scatole di legno laccato, statue, fantastici mobili cinesi, dipinti e molto altro. Ogni oggetto è elegante ed è raro trovare, almeno qui, paccottiglia kitsch. Tanto che la galleria è stata immortalata da svariati fotografi per bei libri fotografici sulla città. Al piano superiore, raggiungibile attraverso scalinate di legno, altre stanze in cui giacciono sedie, mobili e quadri d’altri tempi. Nessuno vi farà smorfie, se visiterete il luogo senza comprare (missione difficile, quest’ultima). 



Meno altisonante, ma pur degno di visita, è il piccolo negozio di Miss Lily, il William C. Agencies/Chee Trading (57 Jalan Tokong, tel. 012-6594626). Lo riconoscere per la fotografia in bianco e nero di una vecchia cantante-attrice cinese, appesa all’entrata. Dentro di tutto un po’: dalle antiche monete portoghesi a oggetti giavanesi. Il negozio ha orari d’apertura estremamente saltuari, dunque ritenetevi fortunati se lo troverete aperto. La gentile Miss Lily, figlia d’arte (il negozio è stato tramandato di padre in figlia) sarà felice di fare quattro chiacchiere in inglese con voi.


Le scarpe più piccole del mondo
Istituzione di Malacca e chicca fra le chicche, il laboratorio di Mr. Wah Aik (56 Jalan Tokong, tel. 606-2849726, tutti i giorni dalle 9,30 alle 17,30). Qui, ancor oggi, si fanno le scarpine per dame dell’élite cinese, almeno secondo la tradizione secolare - per fortuna defunta - di spaccare le ossa delle dita dei piedi alle bambine ‘prescelte’, così da essere eccellenti, eleganti dame di compagnia/mogli della nobiltà cinese. A vedere dal vivo le scarpine e pensare che anche il più piccolo piede dell’universo possa entrarci provoca già dolore e sudore. Di misura per un bebè di un anno di vita, è difficile immaginare come un piede adulto, anche se preso a martellate e piegato su se stesso a tortellino possa (potesse) entrarci. Per farvi richiudere la bocca, dopo il vostro lungo ooooohhhh di incredulità. Mr. Wah Aik vi farà vedere un articolo di giornale con le foto delle ultime, vere ‘geishe’ cinesi cui fu riservato il supplizio.




I piedi, piegati e fasciati, si trasformavano in specie di pugni a monodito, infilati in qualche maniera dentro a questi confetti con i laccetti. Tali elette, ovviamente, non si occupavano di cose terrene, come andare a fare la spesa o portare la prole a spasso nel parco. A tali mansioni ci pensava la servitù, mentre loro rimanevano a casa a fare figli e bella figura. Proibita da tempo in Cina, questa pratica oggi è divenuta leggenda, e Mr. Wah Aik fabbrica souvenir per i collezionisti eccentrici. Per arrotondare, visti gli alti costi delle sue ‘chicche’, lo scarpaio fa anche belle calzature ‘moderne’ riprendendo i disegni, i materiali e i colori originari dell’abbigliamento Peranakan.


La cucina Peranakan
A Malacca non bastavano i piatti cinesi, malesi e indiani, tutti di qualità e offerti in triplice copia a ogni angolo di strada. Anche in cucina la città ha voluto differenziarsi ed eccellere. Parola chiave, per capire che cosa scegliere in un menù locale, è nyonya. Il termine designa la donna di casa nella cultura Peranakan, mix di cinese e malese (a volte indiano). Trasportato in cucina, nyonya significa ‘casalingo’, come sulle vecchie tavole domestiche di Malacca. Il termine ha varcato i limiti e oggi tutto, a Malacca, vi verrà offerto come ‘nyonya’, dagli abiti ai biscotti. Per rimanere tra le pentole, dalla cucina nyonya aspettatevi spezie e sapori forti. Domina la pasta di gamberi, inserita un po’ dappertutto, a volte anche nei piatti di carne. Tra le portate nyonya spiccano l’otak-otak (pesce speziato, avvolto in foglie di banana e cotto alla griglia), l’itik tim (stufato d’anatra con verdure) e il perut ikan (stomaco di pesce conservato nelle erbe). Se tutto ciò non è bastato a soddisfare la vostra curiosità esploratrice di nuovi, estremi sapori, dirigetevi come tappa finale verso la cosiddetta ‘cucina portoghese’ locale. Troverete alcuni ristoranti specializzati nel quartiere portoghese, a qualche chilometro da Chinatown, o nelle viuzze di quest’ultima. Scordatevi, però, il bolihno de bacalhão e il Mateus di Lisbona: qui si marcia a carriolante di spezie piccanti, in un matrimonio fra cucina malese, indiana e portoghese d’antan. Pesce a go-go, con abbondare di curry e di altre spezie. Non per tutti i palati…


Ente Turismo della Malaysia
Via Privata della Passarella, 4
20121 Milano
Tel: 02-796702
info@turismomalesia.it
www.turismomalesia.it

IN RETE
pagina di Wikipedia, in italiano, con ricche informazioni storiche e geografiche
pagina di Wikitravel, in inglese, utile per le informazioni pratiche
pagina di Wikipedia, in inglese, dedicata alla cultura Peranakan
pagina dell’Ente Turismo della Malaysia, in italiano, dedicata alla città
pagina in inglese, focalizzata sugli antiquari e sull’arte


DOVE DORMIRE
Chong Hoe Hotel
26, Jalan Tukang Emas (Goldsmith Street)
Tel. (00606) 2826102
Una specie di perla rara in Malesia: camere tranquille e pulite, con bagno (acqua calda) e aria condizionata, a circa 10 euro, nel cuore di Chinatown. Non applica rincari durante il fine settimana.

Hotel Mimosa
108, Jalan Bunga Raya
Tel. (00606) 2821113
www.mimosahotel.com
A due passi dalla popolare Jonker Street (Chinatown), è un albergo discreto con 63 camere (le doppie a partire da 50 euro, più care durante i fine settimana). Allo stesso piano della reception ha il Lattice Cafè, dove si possono consumare piatti malesi e occidentali.

Lisbon Hotel
Jalan D’Albuquerque
Portuguese Settlement
Tel. (00606) 2835000
www.lisbonhotel.com.my
Nel quartiere portoghese, a circa 4 km da Chinatown. Camere a partire da 65 euro (80 euro nei fine settimana), con ristorante. Offre pacchetti con i pasti inclusi.

Klebang Beach Resort
92-1, km 9, Batang Tiga
Tanjung Keling
Tel. (00606) 3155888
www.klebangresort.com
Per chi non può fare a meno della spiaggia, a un quarto d’ora d’auto dalla città. Inaugurato in febbraio, ha 53 camere (a partire da circa 30 euro, più care nei fine settimana), ristorante (cucina malese e internazionale), piscina.


DOVE MANGIARE
Limau Limau Café
9, Jalan Hang Lekiu (Chinatown, a due passi dalla moschea)
Tel. (00606) 012 6984917
Accogliente caffè, con un ricco menù che va oltre la semplice colazione. Buoni piatti locali e, perché no, discrete lasagne.

Tames Cafè
50, Jalan Tokong (Chinatown)
Tel. (00606) 012 6397152
Cucina nyonya, per provare qualcosa di locale e… forte (speziato). Chiuso il lunedì, di solito chiude presto (alle 7 dal martedì al giovedì, alle 9 durante i fine settimana).

Eleven
11, Jalan Hang Lekir (Jonker Walk, Chinatown)
Tel. (00606) 2820011
www.elevenbistro.com.my
Ristorante e ‘bistrò’, è specializzato nella cosiddetta cucina ‘portoghese’ di Malacca. Locale accogliente, con un bell’arredamento, aperto tutti i giorni fino a tardi. Tra i piatti: granchi e/o gamberi Sambal (piccanti!), Kangkung (spinaci locali) fritti con aglio, peperoncino e pasta di gamberi.

Pak Putra
56, Jalan Kota Laksamana (di fianco al 7/11, a pochi passi da Chinatown)
Tel. (00606) 012 6015876
Cucina indiana e pachistana eccellente, nonostante il locale sia tutto fuorché invitante (poco pulito, lunghe attese). Osservare Qamar, il ‘boss’ del ristorante, mentre sforna polli tandoori e cheese nan a velocità della luce è già uno spettacolo, e il loro sapore vi farà dimenticare tutto il contorno. Aperto solo a cena (fino all’una del mattino), chiuso ogni due lunedì.


Zheng He Tea House
17, Jalan Tukang Besi
Per un tè d’autore, in una vecchia casa da tè, specie di tempio dedicato all’antica bevanda. Berla qui, fra pareti decorate con caratteri cinesi ed eleganti teiere di ceramica, è rito. Nel patio, occasionalmente, si tengono spettacoli di marionette. Aperto tutti i giorni dalle 11 alle 22.



IL VIAGGIO

IL VOLO
Cathay Pacific (www.cathaypacific.com/cpa/it) ha ottimi voli dall’Italia. Eccellente il servizio di bordo e una business class rinnovata di recente, confortevole come poche altre.

COME MUOVERSI
Malacca è facilmente raggiungibile in poche ore d’autobus partendo dall’autostazione centrale di Kuala Lumpur. Le corse sono frequentissime e costano pochi euro.

Fuso orario
Sette ore in più rispetto all’Italia (6 con l’ora legale).

Documenti
Passaporto con almeno sei mesi di validità. I cittadini italiani non hanno bisogno di visto. All’ingresso nel Paese viene rilasciato un permesso turistico di 90 giorni.

Periodo migliore
Da dicembre ad aprile.

Lingua
La lingua ufficiale è il Malay (Bahasa Melayu), molto simile all’indonesiano.

Moneta
La moneta ufficiale è il Ringgit (MYR): un euro ne vale 4,20 circa.

Prefissi
Il prefisso internazionale per la Malaysia a è 0060, quello di Malacca 6. Per chiamare l’Italia: 0039.



altre foto di Malacca su: